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Citazioni tratte da: Desiderius Papp, Chi vive sulle Stelle? (Bompiani, 1943); A. Bester & R. Zelazny, Psiconegozio; F. Leiber, Circumluna chiama Texas; P. Buscaroli, introduzione all’Iconologia di Cesare Ripa; R. Dawkins, L’Illusione di Dio; E. P. Butler, L’Esperimento del Girocappello.
Avete presente Ed Wood? I suoi film erano talmente brutti da essere persino divertenti (quasi). Allo stesso modo i traduttori della Fanucci raggiungono tali vette di incompetenza da sfiorare il sublime. Così, quando leggo in questo “Jerry Cornelius: Programma Finale” che Jerry avrebbe dovuto rifiutare il “premio nobile” (in inglese: nobel prize, così, per rendere l’idea), anziché gettare il libro in un tritadocumenti e assoldare dei ninja perchè facciano sparire il responsabile di questo scempio in maniera silenziosa e discreta, mi faccio due risate e continuo a leggere. Ma questa – giuraddìo – è l’ultima volta che il signor Fanucci vede i miei soldi. Comunque, traduzioni a parte, Jerry Cornelius è un mito. Una via di mezzo tra il Conte Dracula, James Bond e Austin Powers, si trova qui, nella swinging London degli anni ’60, al centro di un oscuro disegno volto a creare l’essere umano perfetto (che dalla descrizione mi immagino molto somigliante a David Bowie). È un libro curioso, dalla trama sgangherata e spiazzante (credo che Moorcock scriva un po’ tutto quello che gli passa per la testa), pieno di rock, di feste scatenate, di gadget da 007, di abiti deliziosamente retro’, di speculazioni filosofiche e di mazzate gratuite. Ho scoperto su Wikipedia che i romanzi e i racconti che hanno Cornelius per protagonista (alcuni dei quali non sono di Moorcock: per citarne uno, “L’ultimo Hurrà dell’Orda d’Oro”, di Norman Spinrad, che ha per protagonisti gli ultimi decrepiti discendenti di Gengis Khan; un altro, forse più noto, è “Il Garage Ermetico” di Moebius) più che formare una sequenza sono “variazioni sul tema”, ognuno scritto come se gli altri non esistessero. Così in parecchie di queste storie Frank Cornelius, il fratello cattivo di Jerry, elabora trappole mortali per sconfiggere nostro eroe (e ci lascia le penne); e la povera Catherine, sorella di costoro, muore sovente in circostanze tragiche. Curioso. Jerry è l’incarnazione del Campione Eterno, l’onnipresente Eroe dai Mille Volti della mitologia moorcockiana; ha lasciato a quanto pare un segno indelebile nell’immaginario collettivo, specie britannico (e nel mio): Luther Arkwright e Gideon Stargrave ne sono dei mezzi cloni (cosa che nel secondo caso Moorcock non ha apprezzato) e le sue avventure, come quelle di Elric di Melnibonè, valgono molto di più per l’atmosfera, la potenza delle immagini, che non per le trame. Tze’, altro che “premio nobile”.
P.S. : nel ’73 ne hanno tratto un film. L’Internet Movie Database lo definisce “un mix tra Zardoz e Il Pianeta delle Scimmie”. Devo, devo, devo vederlo.
Che cos’è l’arte? Che cos’è la bellezza? Che cos’è il talento? Ah, le Grandi Domande della Vita. Una volta, due terzi della Squadra Cazzate ebbero una furibonda discussione su questo argomento, o più precisamente sull’esistenza o meno di criteri oggettivi per definire una qualsiasi cosa: “opera d’arte”. Una questione, ne converrete, su cui si sono rotti la testa filosofi eccelsi e menti sopraffine, figuratevi dunque a quali conclusioni potevano pervenire due terzi della S.C. (nessuna). E per giunta in birreria. James Joyce ha scritto da qualche parte che la, diciamo, falsa arte, l’arte così così, “suscita” le emozioni, smuove la paura o l’odio o l’amore, è didattica (questo l’ho trovato su appunti che avevo preso da non so più quale libro, credo, di Joseph Campbell, non so se avete presente, quello degli Jedi) ed esplicativa. La vera arte è invece statica: di fronte alla Vera Arte, di fronte a Bach, alla Gioconda, ai Dead Can Dance, tutto si ferma, e si resta in un incantato stupore, una specie di estasi mistica. Prendete per esempio William Shatner:
(a questo punto non posso esimermi dal citare anche il signor Spock, Leonard Nimoy: questa canzone, “La Ballata di Bilbo Baggins” fa parte, come la precedente, di “Spaced Out: The Very Best of Leonard Nimoy and William Shatner”, un album che ho fatto ascoltare molto tempo fa ad un amico, il quale ancor oggi mi ringrazia:
chiusa parentesi). Dicevamo. Di fronte a simili traguardi dell’ego umano, si resta dunque paralizzati, senza fiato, finchè una domanda si fa strada nella nostra mente ancora stordita: “Ma perchè?”. È arte, questa? E allora, la Merda d’Artista? Il tizio che tagliava le tele? Il Coro degli Urlatori Finlandesi? Il monumento a Pertini a Milano? Si, se Pertini fosse stato un faraone. E qui si potrebbe aprire tutto un discorso sul talento, sui metodi per giudicarlo, se sia più nobile affidarsi a quello che dice la gente o fidarsi solo del proprio giudizio artistico, ma preferisco chiudere citando Florence Foster-Jenkins, un soprano statunitense dei primi del ‘900 che ebbe una carriera trentennale nonostante, o forse proprio per, la sua totale mancanza di qualsiasi forma di abilità canora. Che dire? Lei ebbe una vita intensa e felice, e, ci dice Uichipedia, “…tutto indica che Florence Foster Jenkins morì con lo stesso felice e fiducioso senso di appagamento che pervase la sua intera vita artistica. “. Meditate, gente, meditate.
***Florence Foster Jenkins: The Glory (????) of the Human Voice
***Spaced Out: The Very Best of Leonard Nimoy and William Shatner